Rientri a casa alle nove e un quarto di sera. La cena è già finita, tuo figlio di 8 anni è in pigiama sul divano, anche se dovrebbe essere a letto da un pezzo. Ti aspettava. Ti abbraccia, poi ti guarda e chiede: «Papà, ma perché lavori così tanto?». Sei stanco e rispondi la prima cosa che ti viene: «Per pagare la casa, amore». Lui annuisce poco convinto e va a lavarsi i denti. Tu resti in corridoio con la giacca ancora addosso, e la sensazione di aver chiuso in fretta una domanda che meritava di più.
Sabato scorso, parlando di budget e ragazzi tra gli 11 ed i 13 anni, ti avevo promesso che saremmo tornati indietro con gli anni. Quella di oggi è la conversazione da cui parte tutto, e quasi tutti la rimandiamo. Non per cattiveria, ma perché arriva quasi sempre quando siamo stanchi.
Il problema è che, se non la facciamo noi, i bambini riempiono il vuoto da soli. Una ricerca spagnola pubblicata nel 2022 sull’European Journal of Psychology of Education, Students’ conceptions of work and the understanding of the economic value of labor di Lorena Alonso e Raquel Kohen, ha intervistato 130 studenti di Madrid tra 8 e 17 anni. Più di un terzo, il 34%, pensava che i soldi degli stipendi arrivassero da fuori: dal governo, dalla banca, dalle tasche del capo. Tra i ragazzi di 12-13 anni l’idea resisteva ancora nel 37% dei casi (studio completo).
L’idea che vorrei trasmetterti è semplice: il lavoro è uno scambio, dai il tuo tempo e quello che sai fare a qualcuno che ne ha bisogno e lui ti paga. A 8 anni tuo figlio è pronto a capirlo, ed è il momento giusto per spiegarglielo prima che si costruisca da solo una versione sbagliata.
Cosa pensa un bambino di 8 anni su da dove arrivano i soldi?
Pensa al lavoro, ma in modo ancora ingenuo. Alla fine degli anni Settanta due psicologhe italiane, Anna Emilia Berti e Anna Silvia Bombi, hanno chiesto a 100 bambini tra i 4 e gli 8 anni da dove vengono i soldi. A 4-5 anni la risposta più comune era che il papà li prende dalla tasca. Poi arrivano la Banca che li dà il denaro a chi lo chiede e il resto che il negoziante dà dopo un’acquisto. Solo tra i 6 e gli 8 anni la maggior parte dei bambini indica il lavoro come fonte dei soldi.
Emanuela Rinaldi, sociologa all’Università di Udine, riassume la ricerca di quegli anni nel volume Fiabe e denaro (PDF del capitolo), uscito nel 2013. Scrive che verso gli 8 anni compare «la nozione di “lavoro dipendente”, nelle fabbriche e nelle scuole, dove vi è un “capo-padrone” che comanda e paga», anche se i bambini fino ai 10 anni non riescono a spiegare da dove il capo prenda i soldi per pagare chi lavora per lui.
Detto in altre parole, a 8 anni tuo figlio ha già la cornice, gli manca il contenuto. È esattamente lì che puoi intervenire tu.
Perché «per pagare la casa» non basta come risposta?
Perché spiega a cosa servono i soldi, ma non da dove arrivano. Per un bambino di 8 anni «lavoro per pagare la casa» suona come «lavoro perché devo», un obbligo che porta via il papà la sera. Non c’è nessuno scambio, nessuno dall’altra parte, nessun motivo per cui qualcuno dovrebbe darti dei soldi.
Il quadro europeo delle competenze finanziarie per bambini e ragazzi, pubblicato da Commissione europea e OCSE nel 2023, mette tra i concetti da comprendere già tra 6 e 10 anni che il reddito arriva da fonti diverse e che contribuisce al benessere di chi lo guadagna, della sua famiglia e della comunità più in generale. A 6 anni si comprende già cosa sia la comunità ed è il pezzo che, di solito, saltiamo: il tuo lavoro serve a qualcuno, ed è per questo che vieni pagato.
C’è anche un secondo rischio, un po’ più sottile. Se il lavoro arriva in casa solo come stanchezza e ritardo, tuo figlio impara che lavorare è una cosa che si subisce. Non è vero per tutti e non è vero tutti i giorni, ma è quello che vede alle nove e un quarto di sera.
Come si spiega il lavoro come scambio a un bambino di 8 anni?
In tre parti, raccontate con parole sue. Non serve spiegarli tutti nello stesso momento.
La prima è cosa fai e per chi. Non il titolo del tuo ruolo, che a 8 anni non dice niente, ma una persona concreta: «Oggi ho aiutato un’azienda a far funzionare i computer», «ho sistemato il dente di una signora che non riusciva a mangiare», «ho preparato duecento caffè». La seconda è cosa ricevi in cambio e da chi: «Quella persona aveva bisogno di me, io le ho dato il mio tempo e lei, o l’azienda per cui lavoro, mi paga». La terza è dove vanno quei soldi: la casa, la spesa, le vacanze, anche la sua paghetta.
Non c’è bisogno di dire quanto guadagni. Quella è un’altra domanda, e ognuno decide in casa propria se e quando rispondere. Qui conta che tuo figlio veda il filo che lega il tuo tempo, una persona che ha bisogno di te ed i soldi che arrivano.
E quando la domanda è «perché lavori così tanto?»
Allora la domanda vera riguarda il tempo, non i soldi. È la parte più scomoda, perché tocca un aspetto che sente anche lui: stasera tu non c’eri. Puoi dirgli la verità senza drammi, e cioè che il tempo è proprio la cosa che dai in cambio, e che ci sono giorni in cui ne dai più di quanto vorresti.
È una risposta onesta e, per un bambino di 8 anni, anche molto chiara. Gli fa capire che lo scambio ha un costo, che lo paghi tu, e che lo sai.
Cosa puoi fare domani sera, in dieci minuti
Prima cosa: racconta una giornata di lavoro partendo da una persona. Chi hai aiutato, cosa le serviva, cosa è cambiato dopo che sei arrivato tu.
Seconda cosa: quando salite su un autobus, chiedigli «secondo te, chi paga l’autista?» e ascolta senza correggere subito. Alcuni bambini di questa età pensano che lo paghino direttamente i passeggeri, lo riporta anche Rinaldi. La sua risposta ti dice da dove partire.
Terza cosa: se il tuo lavoro lo permette, fagli vedere dove lavori, anche solo una foto della scrivania, del negozio o del cantiere. Un posto concreto rende lo scambio molto più facile da immaginare.
Due cose da provare questa settimana
Una: la prossima volta che tuo figlio ti chiede perché lavori, prova a rispondere con una domanda prima di spiegare: «Secondo te, perché qualcuno mi paga?» Parti da quello che pensa lui, anche se è sbagliato.
Due: rispondi a questa email e raccontami cosa hai detto tu, la prima volta che te l’ha chiesto. Leggo tutte le risposte, e con il tuo permesso le più utili potrebbero entrare in un prossimo numero. Se la newsletter ti è arrivata inoltrata, iscriviti così le prossime ti arrivano il sabato mattina. Il 31 ottobre facciamo un salto in avanti: 14-18 anni, l’autonomia che arriva prima di quanto credi.
Ci sentiamo sabato prossimo.
Alessandro



